«Io ci sono»: l’eredità viva di Charles de Foucauld, 109 anni dopo la sua nascita al Cielo
Oggi, nel 109º anniversario della morte — o meglio, della nascita al Cielo — di San Charles de Foucauld, la storia ci invita non solo a ricordare, ma a lasciarci interrogare da un uomo che è stato, forse più di chiunque altro, il simbolo più alto della santità “alla francese”: raffinata e radicale, intellettuale e disarmata, capace di toccare il deserto delle terre e quello dei cuori.
Charles nasce in una famiglia borghese della Francia ottocentesca, colta, benestante, prestigiosa. Presto però rimane orfano, e quel patrimonio che avrebbe dovuto garantirgli sicurezza diventa invece una tentazione costante alla dispersione. È il classico giovane brillante ma inquieto: il denaro facile, le serate sregolate, il vino, le donne, i bagordi. Una vita agiata, sì, ma progressivamente più vuota, più inconsistente: un’esistenza senza centro.
La svolta arriva con l’esperienza militare in Africa del Nord, dove l’avventura e il rischio lo risvegliano, gli restituiscono un senso di disciplina e lo mettono in contatto con un mondo diverso. E poi il Marocco, l’esplorazione audace e pericolosa di quei territori allora quasi sconosciuti agli europei. Lì incontra una povertà che sembra miseria, e invece è ricchezza. Incontra uomini e donne che non possiedono nulla — eppure non sembrano mancare di niente. Perché? La domanda lo perseguita.
Charles scopre che questi musulmani, così semplici, così umili, hanno fatto spazio a Dio nella loro vita. Non un angolino: il primo posto. Questa evidenza, più di mille sermoni, gli scardina il cuore. L’uomo che credeva di bastare a sé stesso comprende che esiste una pienezza diversa dal piacere, più profonda del possesso. Una pienezza che nasce da una Presenza.
Tornato a Parigi, inquieto e assetato di verità, trova la guida dell’abbé Huvelin. In una confessione che è uno spartiacque epocale, Charles si converte. Decide di dare a Gesù il primo posto. Non un posto: il primo. E quando Cristo diventa il centro, tutto il resto si ridimensiona, si pacifica, prende luce.
Da quel momento, Charles non vivrà più per sé. Dalla Trappa alla Terra Santa, e infine all’Hoggar — il deserto profondo dell’Algeria — sceglie gli ultimi degli ultimi: i Tuareg. Non per convertirli, non per “prenderli” a qualche causa. Ma per amarli. Punto. Con una dedizione assoluta, disarmata, quotidiana. Studia la loro lingua e cultura fino a produrre una vera e propria enciclopedia tuareg: non solo un monumento scientifico, ma un atto d’amore. Amare significa conoscere. Conoscere significa servire. Servire significa essere presenza.
Charles vuole essere presenza. Presenza di Cristo. Quell’«Io ci sono» che Gesù pronuncia nel Vangelo e che lui, nel silenzio del Sahara, decide di incarnare. Nessuna strategia, nessun interesse, nessun secondo fine. Solo Dio al primo posto, e l’uomo lì dove Dio si lascia trovare: nel volto del fratello.
Così muore, il 1º dicembre 1916: vittima di un’epoca violenta, ma soprattutto testimone di un amore che non muore. Da solo, sì; abbandonato, forse; ma unito a Colui che rimane per sempre.
E oggi? Oggi, davanti alla desertificazione spirituale del nostro tempo, la domanda di Charles diventa anche la nostra: «Io ci sono», dice Cristo. E noi, dove siamo?
Siamo dispersi nell’irrilevante? Siamo assorbiti dall’effimero? Siamo troppo pieni di noi per fare spazio a Dio, troppo pieni di rumore per ascoltare la Presenza? L’esempio di Charles non è un ricordo per devoti, ma una provocazione per inquieti. Ci ricorda che l’amore vero non è sentimento, ma scelta; che la fede non è teoria, ma vita; che Dio non si lascia trovare nei clamori, ma nei deserti.
In un mondo saturo di mezzi e povero di fini, San Charles de Foucauld è ancora una bussola. Una voce che dice: metti Dio al primo posto, e tutto il resto troverà il suo posto. Sii presenza. Sii amore che si fa vicino. Sii dono. Non per fare grandi cose, ma per ricordare, a te stesso e agli altri, che l’unica grande cosa è lasciarsi amare.
109 anni dopo la sua nascita al Cielo, Charles continua a parlarci. Il vero deserto, oggi, è l’uomo che non fa spazio a Dio. Ma anche oggi, come allora, basta un cuore che si apre perché la vita intera cambi direzione.
Cristo c’è. Ma noi… dove siamo?
Luca Costa
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