martedì 18 agosto 2026

Giusto salario...

 Parliamoci chiaro

La grande vergogna: Il «giusto salario» senza salario minimo: centrodestra, centrosinistra, media, movimenti atei e cattolici, tutti d'accordo contro la dignità del lavoro

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C’è qualcosa di profondamente irritante nella formula scelta dal Governo: «decreto sul giusto salario». Non perché il salario giusto sia un obiettivo sbagliato, naturalmente, ma perché quando uno Stato annuncia una legge sul «giusto salario» la domanda più elementare da porre è una sola: quanto deve guadagnare, come minimo, un lavoratore? E invece la risposta della legge 25 giugno 2026, n. 112, che ha convertito il decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62, non è una cifra, non è una soglia, non è un pavimento salariale immediatamente esigibile da ogni lavoratore italiano. La legge sceglie invece di affidarsi alla contrattazione collettiva e al trattamento economico complessivo dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. È scritto nella legge, ed è questo il cuore della questione.

Parliamoci chiaro: se il governo Meloni annuncia una legge sul “giusto salario” e alla fine non stabilisce quale sia il salario minimo che ogni lavoratore ha diritto di ricevere, allora c'è qualcosa che non va.

No, cari media di destra e di sinistra, cattolici tradizionalisti o atei progressisti. No, il punto non è ideologico. È geometrico. Una legge sul salario giusto è per forza una legge sul salario minimo, stabilito per legge, per tutti e per tutte le categorie, sotto il quale nessun datore di lavoro puo scendere. Altrimenti è una presa per i fondelli.

Solo se la legge stabilisce che nessun lavoratore può essere pagato meno di una determinata cifra oraria, quella cifra costituisce un vero criterio di giustizia. Poi, sopra quella soglia possono avvenire tutte le contrattazioni del mondo, ci mancherebbe. Ma quella soglia non puo essere lasciata in mano alla contrattazione tra impresa e sindacati, perché il mondo dell'impresa è forte e i sindacati sono deboli. E i lavoratori, specie quando cercano un lavoro, sono ancora più deboli.

Parliamoci chiaro. Un CCNL può fissare dodici euro, un altro tredici, un'impresa particolarmente generosa può pagarne quindici, un lavoratore molto qualificato può negoziarne diciotto, un dirigente può guadagnarne cento. Nessuno sta proponendo un salario massimo, nessuno vuole abolire la contrattazione, nessuno vuole impedire alle imprese di premiare competenza, produttività, esperienza e responsabilità. Si tratterebbe, semplicemente, di stabilire quanto vale, per legge, il minimo sotto il quale il lavoro umano non può essere comprato.

Ma questo in Italia nessuno lo vuole fare. Perché?

Leggiamo la Costituzione, invece di perderci nella palude delle formule burocratiche. L'articolo 36 dice che il lavoratore ha diritto a una retribuzione «proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» e «in ogni caso sufficiente» ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. Non dice che il lavoratore ha diritto alla retribuzione che un determinato sindacato riuscirà eventualmente a negoziare. E niente di più. Non dice che la dignità dipende dal settore merceologico nel quale il lavoratore ha avuto la fortuna o la sfortuna di essere assunto. Dice che il lavoratore ha diritto a una retribuzione sufficiente per vivere dignitosamente. A voi giudicare se il dettato costituzionale sia rispettato o meno.

E allora la domanda viene spontanea: se la Costituzione proclama un diritto individuale alla sufficienza della retribuzione, perché lo Stato rinuncia da 80 anni a definire una soglia minima oggettiva e immediatamente applicabile?

La risposta che ci viene data è: perché quella soglia deve essere determinata dalla contrattazione collettiva. Menzogna, vigliacca, corrotta e incompetente menzogna. Che gli italiani si bevono.

La contrattazione collettiva è certamente uno strumento fondamentale di tutela del lavoro, ma non è e non puo essere un sostituto della legge quando si tratta di stabilire il minimo universale di dignità economica. Perché il solo vero rappresentante dei diritti fondamentali del lavoratore è il Parlamento eletto dal popolo. Quindi la legge.

Il sindacato è forse una forza quando rappresenta una massa di lavoratori organizzata, quando dispone di rappresentanti in tutte le aziende, quando può proclamare uno sciopero, quando può trattare con una controparte datoriale strutturata. Ma il ragazzo di ventidue anni che entra per la prima volta in un ristorante, la donna che cerca un lavoro part-time perché deve conciliare lavoro e figli, il disoccupato di cinquantacinque anni che accetta qualsiasi cosa pur di rientrare nel mercato del lavoro, il lavoratore di una microimpresa, il precario, il lavoratore straniero che non conosce nemmeno perfettamente il proprio contratto: con chi contratta, esattamente? Chi li rappresenta?

Parliamoci chiaro. Non c'è nessuna simmetria tra il proprietario dell'impresa che dice «questo è lo stipendio» e il disoccupato che ha davanti una scelta semplicissima: accettare oppure restare disoccupato. Possiamo chiamarla contrattazione quanto vogliamo, ma in molti casi si tratta di una contrattazione soltanto nominale. Il diritto del lavoro nasce precisamente perché il mercato del lavoro non è un mercato perfettamente simmetrico. Il lavoratore vende una cosa che non può conservare per dopo: tempo, capacità fisica e intellettuale, una parte della propria vita. L'imprenditore compra quella forza-lavoro e, normalmente, dispone di un potere economico assai superiore. È per questo che la libertà contrattuale assoluta nel rapporto di lavoro è stata storicamente considerata insufficiente.

La grande intuizione del movimento operaio fu allora quella di trasformare il rapporto individuale in un rapporto collettivo. Un lavoratore solo è debole; mille lavoratori organizzati sono forti. È questa la ragione storica del sindacato e della contrattazione collettiva. E infatti l'articolo 39 della Costituzione proclama che «l'organizzazione sindacale è libera» e immagina persino un sistema nel quale i sindacati registrati, organizzati democraticamente, possano stipulare contratti collettivi con efficacia generale. Ma quella parte dell'articolo 39 non è mai stata attuata compiutamente.

Ed è qui che il sistema italiano mostra tutta la sua oscena natura irrisolta. Abbiamo la contrattazione collettiva, ma non abbiamo mai completato il meccanismo costituzionale che avrebbe dovuto darle efficacia generale. Abbiamo una quantità enorme di contratti collettivi, ma non un unico salario minimo nazionale. Abbiamo il principio costituzionale della retribuzione sufficiente, ma lasciamo che sia il giudice, a posteriori e nei rari casi in cui viene chiamato a decidere, a stabilire se una singola e determinata retribuzione fosse sufficientemente dignitosa.

Questa è una costruzione che può essere molto elegante per un professore di diritto del lavoro ma molto meno rassicurante per un disoccupato che deve pagare l'affitto alla fine del mese.

Perché il problema dell'enforcement è gigantesco. Dire a un lavoratore sottopagato «puoi sempre rivolgerti al giudice invocando l'articolo 36» è formalmente corretto, ma socialmente significa spesso dire a una persona economicamente vulnerabile: «Se ritieni che il tuo salario sia indegno, anticipa il costo, trova un avvocato, affronta una controversia, sopporta il rischio di un conflitto con il tuo datore di lavoro e aspetta che un giudice stabilisca, magari anni dopo, quanto avresti dovuto guadagnare.» È una tutela? Mah.

La stessa giurisprudenza ha chiarito che la contrattazione collettiva non è una sorta di lasciapassare costituzionale per qualsiasi salario. Una documentazione parlamentare relativa alla giurisprudenza di Cassazione richiama proprio il principio secondo cui la contrattazione collettiva non può diventare uno strumento di compressione del giusto livello salariale e di dumping, e che il parametro dell'articolo 36 può prevalere sul semplice dato contrattuale quando la retribuzione risulti inadeguata. Ma anche qui il problema rimane: stiamo parlando di una tutela che interviene quando la controversia è già nata, non di un pavimento salariale che impedisce preventivamente l'abuso.

Parliamoci chiaro. E arriviamo al grande elefante nella stanza: la condizione attuale del sindacato italiano.

Perché per affidare la dignità salariale di milioni di persone alla contrattazione collettiva bisogna avere il coraggio di chiedersi chi siano oggi i soggetti chiamati a contrattare. Quanto rappresentano realmente? Qual è la loro capacità di mobilitazione? Quanto sono presenti nei settori più precarizzati? Quanto riescono a rappresentare i giovani? Quanto rappresentano il lavoratore che non è ancora entrato nel mercato del lavoro? Quanto rappresentano il lavoratore della microimpresa? Quanto riescono a intervenire nella giungla dei rapporti di lavoro frammentati?

E soprattutto: quanto è ancora forte la loro capacità di imporre aumenti salariali reali in un Paese nel quale il potere d'acquisto dei salari è stato eroso per anni?

Non serve insultare CGIL, CISL e UIL per riconoscere una realtà evidente: le grandi confederazioni continuano ad avere molti iscritti, una struttura territoriale enorme e un ruolo istituzionale importantissimo, ma la loro forza non coincide automaticamente con l'urgenza contrattuale di ogni singolo lavoratore italiano. Il problema è particolarmente evidente nei segmenti più deboli del mercato del lavoro. E il fatto stesso che lo Stato stia cercando di misurare in maniera sempre più sistematica la rappresentatività dei CCNL attraverso dati e archivi pubblici dimostra che il problema della rappresentanza non è una fantasia polemica. Il CNEL ha censito un numero enorme di contratti collettivi, ma la distribuzione è estremamente concentrata: una minoranza di contratti copre la stragrande maggioranza dei lavoratori, mentre centinaia di contratti hanno una diffusione marginalissima. È precisamente questa frammentazione che rende necessaria la selezione dei contratti realmente rappresentativi. Ma chi lo fa? Chi lo farà?

E poi c'è il tema dei cosiddetti contratti pirata, che non può essere liquidato con una scrollata di spalle. Se in un settore esistono più contratti collettivi e uno consente condizioni economiche sensibilmente peggiori di un altro, l'impresa che applica quello più conveniente può ottenere un vantaggio competitivo sul costo del lavoro. Se quel contratto è formalmente valido e il lavoratore ha bisogno di quel posto, il rischio è evidente: la contrattazione collettiva, nata per impedire la concorrenza al ribasso tra lavoratori, finisce con il diventare essa stessa lo strumento della concorrenza al ribasso.

È una contraddizione mostruosa. Il CCNL dovrebbe impedire all'imprenditore di dire «io pago meno degli altri perché il mio lavoratore accetta». Ma se proliferano contratti collettivi con condizioni differenti, l'imprenditore può dire: «Io applico questo contratto, non quello.» E il lavoratore può rispondere: «Io preferirei quello migliore», sentendosi replicare: «Le faremo sapere». Questa non è la contrattazione paritaria che ci viene raccontata dal governo e dai media che suonano la sua musica. È il mercato del lavoro nella sua forma più cruda.

Ed è qui che la retorica del «giusto salario» della Meloni diventa particolarmente fastidiosa. Perché una vera legge sul giusto salario avrebbe potuto dire una cosa semplicissima e terribilmente concreta: da oggi nessun lavoratore italiano può essere pagato meno di X euro lordi per ogni ora effettivamente lavorata. Non importa quale CCNL applichi l'impresa. Non importa se il contratto è metalmeccanico, turistico, alimentare, agricolo, logistico o commerciale. Il CCNL può prevedere di più, non di meno. L'anzianità può portare di più, non di meno. La professionalità può portare di più, non di meno. La produttività può portare di più, non di meno. Ma sotto quel livello non si scende.

Questa sarebbe stata una rivoluzione molto più semplice da capire di qualsiasi architettura normativa. Un numero scritto sulla legge. Un numero conosciuto dal lavoratore. Un numero conosciuto dall'imprenditore. Un numero controllabile dall'Ispettorato. Un numero verificabile in busta paga.

Un numero che ci avrebbe fatto entrare nel club dei paesi civili, dove il salario giusto è stabilito per legge dai rappresentanti del popolo: Francia, Germania, Olanda, Irlanda, Spagna, Belgio, Lussembugo. Ecc.

E non sarebbe nemmeno stato necessario distruggere la contrattazione collettiva. Al contrario, sarebbe stato possibile restituirle una funzione più limpida. La legge stabilisce il minimo; il sindacato combatte per proporre di meglio. La legge stabilisce la soglia della dignità; il CCNL stabilisce il prezzo professionale del lavoro. La legge impedisce lo sfruttamento; la contrattazione conquista condizioni migliori.

Questo è il punto che sembra sfuggire continuamente al dibattito italiano: il salario minimo non è il salario massimo. Non è neppure il salario medio. È semplicemente il limite inferiore della libertà contrattuale. È la dichiarazione della collettività secondo cui esiste una soglia oltre la quale la libertà dell'impresa di acquistare lavoro deve arrestarsi perché comincia la dignità della persona.

E se il salario minimo è il parlamento che lo stabilisce, è anche il parlamento che lo aumenta quando l'inflazione colpisce carburanti, affitti, mutui, bollette, carrello della spesa...

Parliamoci chiaro: c'è un punto che il dibattito sul salario minimo tende a nascondere. Un salario che rimane fermo mentre tutto il resto aumenta non è veramente stabile: diminuisce. Se il prezzo del pane aumenta, se aumenta la benzina con cui il lavoratore va al lavoro, se aumenta il costo dell'energia con cui scalda casa, se aumenta l'affitto, se aumenta il costo dei beni essenziali, dire che lo stipendio nominale è rimasto uguale significa soltanto mascherare una diminuzione del salario reale.

Un vero sistema del giusto salario dovrebbe quindi prevedere un facile meccanismo di adeguamento periodico. E cosa c'è di più facile e più agile della legge? Della legge approvata per garantire a tutti un principio costituzionale che dovrebbe essere indiscutibile: la soglia minima di dignità economica non può essere lasciata marcire per cinque o dieci anni mentre il costo della vita corre.



E qui torniamo ancora una volta all'articolo 36 della Costituzione. «Esistenza libera e dignitosa» non significa semplicemente «non morire di fame». La parola importante è dignitosa. Significa poter pagare una casa decente, mangiare decentemente, riscaldarsi, spostarsi, mantenere una famiglia, affrontare una spesa imprevista, mandare un figlio a fare sport, comprare un libro, andare una volta al cinema, mettere qualcosa da parte. Significa che il lavoro deve consentire una forma concreta di autonomia personale. Altrimenti la promessa costituzionale rimane una frase nobile scritta su un documento che il lavoratore non può spendere al supermercato.

E qui arriviamo al punto politico. Il Governo Meloni aveva davanti una scelta. Avrebbe potuto introdurre un salario minimo legale universale, lasciando ai CCNL il compito di stabilire condizioni migliori. Avrebbe potuto costruire un sistema di scatti di anzianità minimi, lasciando ai contratti la possibilità di migliorarli. Avrebbe potuto prevedere un meccanismo trasparente di rivalutazione legato all'inflazione e al costo effettivo della vita.

Ha scelto un'altra strada. La legge 112 del 2026 sul "giusto salario" voluta dal governo ha invece costruito la propria risposta attorno al concetto di contrattazione collettiva e al riferimento ai CCNL delle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Una legge che non introduce nessun salario giusto, che non risolve in nessun modo il problema più urgente e scottante dell'Italia odierna: i salari sono troppo bassi in Italia. Punto.

La cosa paradossale è che persino la storia della nostra Costituzione dimostra che il problema era perfettamente conosciuto dai padri costituenti. Nei lavori preparatori dell'articolo 36 emerse esplicitamente anche la proposta di un principio di salario minimo. La Costituzione scelse poi una formulazione più ampia, fondata sulla proporzionalità e sulla sufficienza della retribuzione. Ma quella scelta non può essere interpretata come un divieto per il legislatore di trasformare oggi il principio costituzionale in una soglia concreta. Al contrario, la legge potrebbe benissimo dire: questo è il minimo necessario per rendere effettivo quel diritto costituzionale.

E allora basta con la favola secondo cui stabilire un minimo legale significherebbe «uccidere la contrattazione». È esattamente il contrario. Una contrattazione sana non ha bisogno che qualcuno venga pagato miseramente per poter funzionare. Se un contratto collettivo metalmeccanico vuole portare il salario minimo a sedici euro l'ora, benissimo. Se quello alimentare vuole portarlo a quattordici, benissimo. Se nel turismo si decide che una determinata qualifica merita quindici, benissimo. La concorrenza tra settori e tra imprese può continuare. Ciò che viene eliminato è soltanto la concorrenza basata sulla domanda più miserabile possibile: «Quanto poco posso pagare qualcuno prima che sia costretto ad accettare?»

Quello non è libero mercato. È semplicemente potere contrattuale esercitato sulla necessità altrui.

E qui c'è anche una questione filosofica che il dibattito economico tende accuratamente a evitare. Il lavoro non è una merce come una tonnellata di acciaio o un barile di petrolio. Il mercato del lavoro è fatto di persone. Quando una persona vende dieci ore della propria giornata per poter vivere, il prezzo che riceve non è soltanto una variabile economica: determina quanto tempo avrà per i figli, quale casa potrà permettersi, quale alimentazione potrà acquistare, quale salute potrà preservare, quale autonomia potrà esercitare, quale futuro potrà costruire. Il salario è una delle principali forme concrete attraverso cui una società distribuisce dignità, libertà e possibilità di vita.

E se prendiamo sul serio la filosofia sociale della nostra Costituzione, non possiamo accontentarci di dire al lavoratore: «Se il salario non ti basta, prova a contrattare meglio.» È una risposta che ignora il rapporto di forza dal quale il contratto nasce. Lo Stato esiste anche per stabilire i limiti entro i quali quella contrattazione può svolgersi.

Un'impresa ha il diritto di fare profitto. Ha il diritto di fallire, di rischiare, di innovare, di licenziare quando la legge lo consente, di organizzare il lavoro e di scegliere i propri investimenti. Ma non ha un diritto naturale a comprare un'ora di vita umana a qualsiasi prezzo il mercato gli consenta di ottenere. Il capitalismo stesso ha bisogno di una cornice giuridica che stabilisca quali sono le condizioni della concorrenza accettabile.

Il salario minimo è una di queste condizioni.



Perché una legge sul giusto salario, se vuole meritare davvero questo nome, dovrebbe dire al lavoratore italiano una cosa comprensibile senza consulenti del lavoro, sindacalisti, avvocati e tabelle del CNEL: «Se lavori, nessuno può pagarti meno di questa cifra.»

Questa sarebbe una vera legge sul giusto salario. Il resto può essere utile, può essere sofisticato, può essere tecnicamente elaborato, può riempire cento pagine di Gazzetta Ufficiale e può essere accompagnato da cento conferenze stampa. Ma se alla fine un giovane disoccupato che entra domani in un bar, in un albergo, in un magazzino o in una piccola officina non sa quale sia il minimo sotto il quale il suo lavoro non può essere legalmente pagato, allora la grande promessa del “giusto salario” rimane, nella sostanza, una promessa senza numero.

E una promessa senza numero, quando si parla di stipendio, ha un nome molto meno nobile, un nome che riassumerà alla perfezione questi cinque anni di governo Meloni: aria fritta.

Luca Costa

LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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