IMPOSTA SULLA FORTUNA O IMPOSTE INDIRETTE?
Far pagare la classe media : la ricetta dell'Occidente ultra-liberale
Le democrazie ultraliberali contemporanee hanno sviluppato, negli ultimi quarant’anni, una singolare forma di codardia fiscale: preferiscono tassare ciò che tutti devono consumare piuttosto che colpire ciò che pochi accumulano. È una trasformazione silenziosa ma gigantesca della politica economica moderna. Non la si vede nei proclami elettorali, perché nessun governo direbbe apertamente: “lasceremo intatti i grandi patrimoni e recupereremo il gettito spremendo carburanti, bollette, IVA e inflazione”. Eppure è esattamente ciò che avviene.
La grande mutazione fiscale dell’Occidente non consiste tanto nell’aumento delle tasse in sé, quanto nello spostamento del peso fiscale dal capitale alla vita quotidiana.
Nel Novecento industriale — soprattutto tra il dopoguerra e gli anni Settanta — le economie occidentali avevano costruito un compromesso storico preciso: il capitalismo poteva prosperare, ma in cambio i grandi profitti e le grandi rendite contribuivano al finanziamento dello Stato sociale. Le aliquote marginali sui redditi più alti negli Stati Uniti del secondo dopoguerra superavano persino il 70-80%; in Europa esistevano imposte patrimoniali aggressive, forte progressività e un controllo politico assai più duro sui monopoli energetici, bancari e industriali.
Non era socialismo. Era capitalismo disciplinato.
Poi arrivò la rivoluzione neoliberale. Margaret Thatcher e Ronald Reagan cambiarono il paradigma culturale ancora prima di quello economico: la ricchezza privata smise di essere considerata una questione politica e divenne quasi una manifestazione morale di efficienza. Tassare i grandi capitali venne dipinto come un attentato alla crescita. Regolare i mercati come una forma di arretratezza. Lo Stato, da arbitro dell’economia, divenne progressivamente garante della redditività del capitale finanziario.
Da quel momento accadde qualcosa di fondamentale: poiché gli Stati avevano comunque bisogno di entrate, ma non volevano più confliggere con i grandi detentori di capitale — ormai globalizzati, mobili e politicamente potentissimi — iniziarono a preferire forme di tassazione invisibile, diffuse e psicologicamente sopportabili.
La tassazione indiretta è perfetta per questo scopo.
L’IVA colpisce tutti. Le accise sui carburanti colpiscono tutti. Gli aumenti energetici scaricati in bolletta colpiscono tutti. L’inflazione monetaria colpisce soprattutto salari e risparmi. Sono strumenti fiscalmente efficienti perché frammentano il dolore sociale: nessuno riceve una lettera con scritto “oggi ti abbiamo prelevato 3.000 euro per salvaguardare gli extraprofitti del sistema”. Il cittadino vede solo il pieno più caro, la spesa più cara, la rata più cara.
È una forma di prelievo politicamente anestetizzata.
Il carburante, in particolare, è diventato il simbolo perfetto di questa trasformazione. La benzina è il bene ideale da tassare in una società automobilistica: quasi nessuno può evitarla, e il prezzo finale è abbastanza opaco da confondere costi industriali, speculazione finanziaria, fiscalità e margini commerciali.
In Europa, e specialmente in Italia, il prezzo del carburante è ormai un mosaico di accise storiche, IVA applicata persino sulle accise stesse, oscillazioni speculative del greggio e rendite oligopolistiche. La cosa più impressionante è che ogni crisi geopolitica viene immediatamente trasformata in una giustificazione narrativa per aumenti che spesso non hanno alcuna proporzione reale con i costi industriali.
Qui entra in gioco il tema dell’Iran.
Ogni tensione in Medio Oriente produce ormai una reazione quasi automatica nei mercati energetici e nei media: “sale il petrolio”. Ma il legame reale tra guerra e prezzo alla pompa è spesso enormemente esagerato. Il prezzo finale della benzina non riflette semplicemente il costo del greggio. Riflette aspettative speculative, futures finanziari, margini di raffinazione, logistica, tassazione e soprattutto la possibilità politica di scaricare aumenti sui consumatori senza grandi rivolte.
Il punto decisivo è questo: il petrolio oggi è tanto una materia finanziaria quanto energetica.
I mercati non prezzano solo il barile reale; prezzano il panico, la previsione, l’emotività geopolitica. E quando il sistema economico è dominato dalla finanza, la speculazione diventa una tassa privata imposta ai cittadini. In pratica, milioni di persone pagano anticipatamente scenari che forse non si verificheranno mai.
E i governi? Formalmente si lamentano. Ma raramente intervengono davvero.
Perché?
Perché gli Stati contemporanei sono intrappolati in una contraddizione strutturale: hanno bisogno della crescita dei mercati finanziari per sostenere debito pubblico, investimenti, stabilità bancaria e consenso internazionale. Colpire duramente gli extraprofitti energetici o finanziari significherebbe entrare in conflitto con attori che oggi possiedono una potenza economica paragonabile — talvolta superiore — a quella di molti Stati nazionali.
Così nasce il capitalismo di connivenza.
Non il libero mercato autentico immaginato dai teorici classici, ma un sistema in cui il rischio viene socializzato e il profitto privatizzato. Quando arrivano crisi finanziarie, pandemie o shock energetici, lo Stato interviene per salvare banche, grandi imprese strategiche e colossi industriali. Ma quando arrivano i profitti eccezionali, essi restano in larga misura privati.
La formula implicita sembra essere:
“Metà
superprofitti per voi, metà costo scaricato sulla collettività.”
Negli ultimi anni ciò è apparso in modo quasi caricaturale. Le grandi compagnie energetiche hanno registrato utili giganteschi durante le crisi globali. Le banche hanno beneficiato dell’aumento dei tassi. I fondi finanziari hanno speculato sulla volatilità energetica e alimentare. Eppure il dibattito pubblico dominante non si è concentrato sulla redistribuzione di queste rendite straordinarie, ma sull’educare i cittadini a “consumare meno”, “abbassare il termostato”, “fare sacrifici”.
È un linguaggio moralizzatore molto utile politicamente: trasforma problemi strutturali di distribuzione della ricchezza in questioni di comportamento individuale.
Nel frattempo, l’inflazione svolge un ruolo ancora più sofisticato. L’inflazione moderna non è solo un fenomeno monetario; è anche una gigantesca redistribuzione implicita. Chi possiede asset finanziari, immobili o partecipazioni industriali spesso riesce a proteggersi o persino ad arricchirsi. Chi vive di stipendio perde potere d’acquisto in tempo reale.
L’inflazione agisce quindi come una tassa regressiva invisibile.
E qui emerge il grande paradosso delle democrazie ultraliberali: si definiscono società della libertà individuale, ma costruiscono sistemi fiscali sempre meno progressivi e sempre più inevitabili. Non tassano ciò che puoi scegliere di accumulare; tassano ciò che devi usare per vivere.
Energia.
Trasporti.
Consumi.
Casa.
Cibo.
È molto più facile politicamente aumentare pochi centesimi sul carburante che imporre una patrimoniale seria sui grandi patrimoni transnazionali. Molto più semplice lasciare che l’inflazione eroda i salari piuttosto che affrontare il potere delle multinazionali energetiche o dei grandi fondi.
Eppure questo modello sta producendo conseguenze pericolose.
Perché le classi medie occidentali stanno lentamente comprendendo di essere diventate il principale ammortizzatore del sistema. Non abbastanza ricche da proteggersi attraverso il capitale; non abbastanza povere da ricevere piena protezione sociale. Sono loro a sostenere il peso delle tasse indirette, dell’erosione monetaria e dei costi energetici.
Quando il cittadino vede la benzina salire in modo apparentemente assurdo mentre legge dei record di utili delle compagnie energetiche, percepisce — magari confusamente — una frattura morale prima ancora che economica. Sente che il mercato non sta più distribuendo rischio e sacrificio in modo credibile.
Ed è qui che il problema diventa politico.
Perché nessuna democrazia regge indefinitamente se la maggioranza della popolazione inizia a convincersi che le regole siano scritte per proteggere le rendite e socializzare i costi. Storicamente, quando il capitalismo perde la percezione di equità, emergono sempre spinte populiste, radicali o autoritarie.
La storia economica insegna che i sistemi liberali sopravvivono non grazie alla purezza ideologica del mercato, ma grazie alla loro capacità di mantenere una legittimità sociale diffusa. Quando il cittadino accetta di pagare le tasse, lo fa perché presume che il sacrificio sia relativamente condiviso. Quando invece vede extraprofitti intoccabili e contemporaneamente carburanti, bollette e beni essenziali fuori controllo, quel patto implicito si deteriora.
Il problema della benzina, allora, non è soltanto economico. È simbolico.
È il punto in cui milioni di persone toccano quotidianamente con mano il sospetto che il sistema fiscale contemporaneo non colpisca più il privilegio, ma la necessità.
Luca Costa
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