domenica 10 maggio 2026

Fuori dall'Euro c'è vita!

Vivere senza UE è possibile


Londra: dieci anni dopo il Brexit, niente invasione di cavallette né crollo dell'economia: la realtà britannica smonta le narrazioni europeiste

I successi elettorali ottenuti questa settimana da Nigel Farage nelle amministrative inglesi confermano che il vento politico della Brexit è tutt’altro che esaurito.


Londra: amministrative 2026. Reform UK, il partito del celebre antieuropeista Nigel Farage, ha conquistato centinaia di seggi locali e strappato consigli storicamente controllati da laburisti e conservatori, imponendosi soprattutto nelle aree operaie e periferiche che erano già state decisive nel referendum del 2016. Farage ha parlato di una “svolta storica” nella politica britannica, segno che temi come sovranità nazionale, immigrazione e critica all’establishment continuano a mobilitare una parte ampia dell’elettorato inglese. Altro che nostalgia del passato: i protagonisti della Brexit sono ancora centrali nel dibattito pubblico e sembrano anzi vivere una nuova stagione di consenso.


Eppure, in Europa, in Italia, ovunque, per dieci anni ci è stato ripetuto che la Brexit avrebbe rappresentato una catastrofe storica. Non una semplice difficoltà economica, non una fase di transizione complicata: una vera implosione nazionale. File interminabili ai supermercati, collasso finanziario, fuga delle imprese, isolamento diplomatico, persino la dissoluzione del Regno Unito. Il linguaggio usato da gran parte del dibattito pubblico europeo tra il 2016 e il 2020 non lasciava spazio alle sfumature: fuori dall’Unione Europea ci sarebbe stato il baratro.

Dieci anni dopo, vale la pena fare una domanda semplice: dov’è questo collasso?

Il Regno Unito non è imploso. Londra non è diventata una periferia del mondo. La City non è sparita. Le multinazionali non sono fuggite in massa. Gli aerei continuano a decollare, le università britanniche restano tra le più prestigiose del pianeta, il mercato del lavoro continua ad attrarre lavoratori qualificati e il paese mantiene un peso geopolitico e militare largamente superiore a quello degli Stati membri dell’UE.

Certo, alcuni settori hanno sofferto, il commercio con l’Europa è diventato più burocratico e la crescita britannica non ha vissuto il boom promesso dai sostenitori più entusiasti del Leave. Ma una democrazia adulta dovrebbe distinguere tra “non aver realizzato tutte le promesse” e “essere sprofondata nell’apocalisse annunciata”.

Ed è qui che emerge il vero problema: l’enorme quantità di terrorismo mediatico che ha accompagnato la Brexit.

Chiunque osasse mettere in dubbio le profezie catastrofiche veniva trattato come un populista irresponsabile. Eppure molte delle previsioni più estreme si sono rivelate semplicemente false. Non sbagliate nei dettagli: false nell’impianto. Si raccontava che il Regno Unito sarebbe stato punito dai mercati e marginalizzato dal mondo. Invece ha continuato a firmare accordi commerciali, a crescere in alcuni comparti strategici e a mantenere una posizione centrale nella finanza globale.

La lezione politica è interessante perché va oltre la Brexit. Negli ultimi anni il dibattito pubblico occidentale ha sviluppato una tendenza tossica: trasformare ogni scelta politica non allineata nel preludio della catastrofe definitiva. Se un paese esce da un trattato internazionale, “crolla”. Se cambia politica migratoria, “muore economicamente”. Se mette in discussione un assetto sovranazionale, “si isola dal mondo”. È una retorica costruita più sulla paura che sull’analisi.

Nel caso britannico, la realtà ha mostrato qualcosa di molto più banale e molto più umano: i paesi si adattano. Le economie si riconfigurano. Le società assorbono gli shock. Le decisioni politiche hanno costi e benefici, non maledizioni bibliche.

Paradossalmente, proprio l’insistenza ossessiva sul disastro imminente ha finito per indebolire la credibilità di una certa élite politica e mediatica europea. Quando annunci per anni un’apocalisse e poi la vita continua, il pubblico inizia inevitabilmente a chiedersi quanto fossero fondate anche le altre narrazioni emergenziali.

La Brexit ha dimostrato che molte delle “verità inevitabili” raccontate durante quella stagione erano in realtà slogan politici travestiti da analisi tecniche.

E forse è questo il punto più difficile da ammettere per chi aveva costruito l’intero racconto sul disastro inevitabile: il Regno Unito non è imploso. Semplicemente, ha continuato a essere un paese normale, con problemi, opportunità, errori e capacità di adattamento. Esattamente come tutte le altre nazioni del mondo.

E alla fine, i numeri aiutano a riportare il dibattito sulla terra. Esempi: negli ultimi anni il PIL pro capite britannico è rimasto ben superiore a quello italiano; i salari medi nel Regno Unito continuano a crescere con maggior vigore rispetto a quelli italiani; l'industria britannica ha mostrato una capacità di recupero post-pandemia più rapida; e nonostante tutte le difficoltà commerciali legate alla Brexit, le esportazioni britanniche di servizi — soprattutto finanza, tecnologia, consulenza e ricerca — restano tra le più forti del pianeta. Nel frattempo, l’Italia, pur essendo rimasta pienamente dentro l’UE, continua a convivere con stagnazione salariale, crescita zero e produttività industriale ferma da decenni.

Questo non prova che la Brexit sia stata una scelta perfetta. Prova però che la narrazione dell’“inevitabile rovina” era largamente esagerata. Perché se dopo dieci anni il paese che doveva implodere mantiene stipendi più alti, una maggiore attrattività economica e una capacità competitiva superiore a quella di uno dei principali paesi fondatori dell’Unione Europea, allora forse i veri produttori di fake news non erano quelli che dubitavano delle profezie catastrofiste, ma quelli che le vendevano come certezze assolute.

Luca Costa

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