sabato 23 agosto 2025

Il Meeting dei potenti

 Meeting di Rimini: dall’amicizia tra i popoli ai pulpiti dei potenti


Il Meeting dell’amicizia tra i popoli, nato come spazio di incontro, confronto e apertura, è sempre più un palco concesso ai potenti per legittimarsi, raccontare la loro versione della storia e pretendere applausi. Quest’anno l’ospite d’onore è stato Mario Draghi, l’ex banchiere, l’ex premier, il “salvatore dell’euro” che ogni volta si ripresenta sotto nuove vesti, con lo stesso mantra: più Europa, sempre e solo più Europa.

E qui sta la clamorosa contraddizione.
Draghi ci ha spiegato che l’Europa ha fallito: impotente in Ucraina, irrilevante nei negoziati di pace, spettatrice mentre Gaza veniva rasa al suolo, subalterna alla Cina sulle materie prime strategiche. Una diagnosi brutale, perfino impietosa.
E la terapia? Più Europa.
Tradotto: più debito comune, più vincoli, più centralizzazione, più poteri trasferiti a Bruxelles.

Nessuna parola – neanche di striscio – sulle vere catastrofi delle politiche europee. Nessun ripensamento sul Green Deal che ha massacrato interi settori produttivi e gonfiato le bollette. Nessuna riflessione sulla rinuncia al nucleare, scelta ideologica che ci ha reso dipendenti dal gas e dall’instabilità geopolitica. Nessuna autocritica sui costi dell’energia schizzati alle stelle, con famiglie e imprese dissanguate da un mercato “libero” sostenuto a colpi di sussidi pubblici alle rinnovabili.

Draghi denuncia l’erosione della classe media, ma tace sul fatto che quell’erosione è stata pianificata, gestita e resa inevitabile proprio dal modello di Europa che lui ha incarnato: libero mercato senza difese, austerità mascherata da virtù, precarietà spacciata per flessibilità.

Da trent’anni siamo una colonia culturale e politica degli Stati Uniti: NATO, CIA, ONG finanziate da Washington, filantropi alla Soros che impongono le loro agende. Eppure, come per magia, a Rimini arriva Draghi a spiegarci che l’Europa non conta nulla sulla scena internazionale. Un’epifania tardiva e ipocrita.

E nessuno – nemmeno in un Meeting che dovrebbe dare voce ai popoli – gli ha rinfacciato le sue stesse parole del 2022. Era l’estate degli incendi, dell’afa insopportabile, dei morti per caldo. E lui, da premier, chiedeva agli italiani: volete il condizionatore acceso o la pace in Ucraina? Un ricatto morale indegno, pronunciato mentre la gente moriva letteralmente di caldo e di bollette.

Tre anni dopo, eccolo di nuovo, accolto come un guru, un sacerdote laico: don Draghi, il prete dell’Unione Europea. L’Europa ha fallito, ma ci dicono che senza il suo fallimento non possiamo vivere. Come se il cappio fosse diventato un salvagente.

Eppure la gente comune non chiede più Europa: chiede vita, potere d’acquisto, salari dignitosi, energia a basso costo. Chiede libertà dalle sudditanze, dalle guerre per procura, dalle ideologie calate dall’alto.

A Rimini invece non ci sono state domande scomode, non ci sono state voci libere. Solo applausi.
Applausi indegni.
Al Meeting dei pulpiti, non dei popoli.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





venerdì 22 agosto 2025

Pensiero cattoatlantista

 

La memoria corta di Socci sulla Russia e l’Occidente

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Antonio Socci, nel suo ultimo articolo, dipinge Vladimir Putin come erede del comunismo sovietico, accusandolo di usare la forza e minacciare la pace. Una lettura comoda, allineata alla narrativa atlantica, che però ignora alcuni dati di fatto essenziali della storia recente.

(articolo di Socci al seguente LINK)

Dopo la Guerra Fredda: chi fece davvero la pace?

Alla fine del confronto bipolare, fu l’Unione Sovietica a compiere i passi concreti verso la distensione:
- Scioglimento del Patto di Varsavia e ritiro delle truppe dai Paesi satelliti.
- Smantellamento delle basi e dei missili nucleari in Europa Orientale.

Intanto la NATO non si è mai ritirata: si è allargata verso Est, includendo diverse nazioni antistanti alla Russia—dal 1999 con Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia; al 2004 con Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia e i tre Stati baltici; fino all’adesione di Albania (2009), Montenegro (2017), Nord Macedonia (2020), Finlandia (2023) e Svezia (2024). Ha inoltre piazzato basi militari e sistemi missilistici alle porte della Russia. Se questo è spirito diplomatico, davvero pare un’interpretazione elastica.

Post-introduzione: l’uso della forza secondo Washington

Socci accusa Putin di usare la forza. Ma davvero Washington è il campione della non violenza? La storia recente racconta il contrario:
- Guerre di distruzione: Iraq, Afghanistan, Libia—senza mandato ONU, con intere regioni devastate.
- Guantanamo: simbolo globale della sospensione del diritto e torture legalizzate.
- Sanzioni e dazi unilaterali, anche contro alleati, sfruttando l’extraterritorialità del diritto americano.
- Interferenze sistematiche: colpi di stato, rivoluzioni colorate, instabilità pilotata in America Latina, Medio Oriente, Africa.

Se definire l’uso della forza come arma geopolitica è lecito, gli Stati Uniti ne hanno fatto la loro dottrina principale. Col passar del tempo, la furia di Socci verso Mosca rivela più che altro un doppio standard, non certo una difesa della pace.

Gli anni ’90: il paradiso secondo Socci?

Socci indica nel periodo post-sovietico una rinascita democratica, ma dimentica l'emergenza umanitaria che ne seguì. Le riforme ultraliberiste dei “Chicago boys”, caldeggiate da Washington, produssero effetti disastrosi:
- Il PIL russo crollò del 40% tra il 1991 e il 1998.
- La povertà esplose, passando dal 2% al 50% della popolazione russa nel 1993.
- L’aspettativa di vita maschile crollò, da 65 a 57 anni.
- La mortalità infantile aumentò del 15%.
- Il Paese fu svenduto a oligarchi, mentre lo Stato sociale veniva smantellato.

Ecco la “democrazia” che oggi si rimpiange: un esperimento neoliberale che consegnò la Russia al caos, all’umiliazione e all’umiliante subordinazione globale.

Putin e la stabilità ritrovata

L’avvento di Putin ha rappresentato una svolta: stabilità politica, crescita economica (con un PIL triplicato nei primi dieci anni del suo governo), calo della povertà (dal 30% a meno del 15% entro il 2010), e un ritorno al ruolo geopolitico. Certo, la Russia non è una democrazia liberale, ma è indubbio che Putin abbia fermato un progetto di smantellamento del Paese che era stato pubblicamente teorizzato da strateghi statunitensi come Zbigniew Brzezinski, per cui una Russia divisa e indebolita era prerequisito del predominio americano.

Prima conclusione: i valori occidentali e l’aborto

Socci evoca i valori dell’Occidente come modello universale. Ma da cattolico dovrebbe interrogarsi sull’altro lato della storia: milioni di aborti legittimati ogni anno in Occidente, sponsorizzati da agenzie governative USA con campagne pro choice anche in Africa—una vera e propria esportazione culturale della cultura dello scarto.

In Russia, invece, lo Stato promuove politiche opposte: incentivi alla natalità, sostegno alle giovani madri, difesa della famiglia tradizionale. È una politica che, senza pretesa di perfezione, valorizza la vita nascente—una coerenza cristiana vera che manca nei Paesi che più rimpiangono la “democrazia occidentale”.

Seconda conclusione: indipendenza o propaganda?

Chiudiamo con una domanda sullo stesso Socci e sul suo giornale di riferimento, Libero—quotidiano dalle vendite risicate, eppure in grado di sopravvivere da anni grazie a narrative perfettamente allineate a Washington.

Sorge spontaneo domandarsi: dove attingono i fondi che lo tengono in piedi? Merito editoriale o sovvenzioni provenienti da canali atlantici che sostengono una rete di opinionisti duttili alla linea americana? Se si difende “l’indipendenza”, allora servirebbe trasparenza: chi scrive, davvero lo fa con passione? O con inchiostro pagato da qualcun altro?

LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



mercoledì 20 agosto 2025

Classe media e inferno fiscale

 

Italia, l’eldorado fiscale per i ricchi… e l’inferno per chi lavora

Negli ultimi anni, quotidiani stranieri come Le Figaro hanno dipinto l’Italia come un nuovo “paradiso fiscale”. Ed è vero: per chi ha patrimoni milionari all’estero o per chi arriva con pensioni dorate, il Belpaese ha creato regimi fiscali che sembrano disegnati su misura per attrarre capitali. Ma mentre il governo apre le porte ai miliardari, chi vive e lavora in Italia continua a essere schiacciato da una pressione fiscale tra le più alte d’Europa. Una contraddizione che grida vendetta.


Regali fiscali ai super-ricchi

Dal 2017 esiste un regime che permette ai nuovi residenti stranieri facoltosi di pagare un’imposta forfettaria di 100.000 euro all’anno (diventati 200.000 nel 2024) per tutti i redditi prodotti all’estero. Poco importa se i patrimoni superano i 10, 50 o 100 milioni: il fisco italiano chiude un occhio e si accontenta di questa cifra ridicola rispetto alle aliquote normali. I familiari possono aggiungersi con un contributo di appena 25.000 euro a testa.

Tradotto: se sei un multimiliardario russo, americano o francese e decidi di comprare una villa in Toscana o a Milano, puoi mettere al sicuro il tuo impero finanziario pagando in Italia meno di quanto pagherebbe un piccolo imprenditore locale che fattura 300.000 euro all’anno.


Pensionati d’oro nel Sud

Dal 2019, i pensionati stranieri che si trasferiscono in comuni del Sud Italia con meno di 20.000 abitanti godono di un regime speciale: solo il 7% di tasse sui redditi esteri per 10 anni. L’idea ufficiale è quella di ripopolare aree depresse. Ma nella realtà, questo privilegio riguarda soprattutto pensionati benestanti del Nord Europa che comprano case a prezzi stracciati, mentre i pensionati italiani che hanno lavorato 40 anni nel Paese continuano a vedere le loro pensioni divorate dall’IRPEF e dalle addizionali regionali e comunali.


Il regime “impatriati”: sconti per chi arriva, non per chi resta

Dal 2024, chi si trasferisce in Italia per lavoro dopo almeno 3 anni all’estero può godere di un’esenzione del 50% sui redditi prodotti in Italia (60% se ha figli). Un regalo sostanzioso che dura 5 anni. Chi resta fedele al proprio Paese, invece, paga fino al 43% di IRPEF, a cui si aggiungono l’addizionale regionale (1–3,3%) e quella comunale (fino a 0,9%). In totale, un lavoratore italiano può arrivare a lasciare allo Stato quasi la metà di ciò che guadagna.


La realtà della classe media italiana

Per il cittadino medio, l’Italia non è affatto un paradiso. È un inferno fiscale e burocratico:
- Aliquote IRPEF altissime e complicate.
- Contributi previdenziali da record per dipendenti e autonomi.
- Una giungla di imposte locali, bolli, accise, balzelli assurdi che rendono la vita impossibile a chi produce davvero ricchezza.

Mentre il miliardario straniero brinda con Prosecco nella sua villa vista mare, l’artigiano, il professionista e il piccolo imprenditore italiani devono fare i conti con cartelle esattoriali, controlli fiscali soffocanti e un sistema che punisce chi lavora onestamente.


Il silenzio complice dei media

E qui sta forse lo scandalo più grande: questa vergogna passa sotto silenzio. Nessun telegiornale, nessun grande quotidiano nazionale denuncia apertamente queste misure indegne. Gli italiani comuni non hanno la minima idea che esistono miliardari che pagano meno tasse di loro grazie a regimi speciali cuciti su misura. I media preferiscono parlare di gossip, cronaca nera o polemiche superficiali, ma non toccano mai il cuore della questione: un sistema fiscale che massacra la classe media e risparmia i super-ricchi.

È un silenzio assordante, che alimenta la disinformazione e protegge l’élite economica e politica che ha creato questo meccanismo perverso.


Una scelta politica vergognosa

Queste politiche fiscali non sono frutto del caso: sono il segnale chiaro di un Paese che ha deciso di corteggiare i capitali stranieri e i ricchi “di passaggio”, ignorando completamente chi da decenni manda avanti l’Italia con il proprio lavoro e le proprie tasse. È un’ingiustizia sociale che divide il Paese in due:
- da una parte, i nuovi privilegiati, attratti da regimi fiscali speciali;
- dall’altra, i cittadini italiani, condannati a un eterno salasso fiscale.


Conclusione

L’Italia non è un paradiso fiscale. È un Paese schizofrenico: un eldorado per i miliardari, ma un inferno fiscale per la sua gente. Finché i governi continueranno a umiliare la classe media e i lavoratori con tasse insostenibili, mentre stendono tappeti rossi ai ricchi stranieri e i media tacciono vigliaccamente, la retorica dell’“attrattività” sarà solo una maschera di un’ingiustizia profonda e corrosiva.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



UE: progetto fallito

 

L’Europa dei padri tradita:

dall’utopia dell’unione al cimitero sociale in nome delle armi

C’è un’immagine che racconta meglio di mille trattati cosa sia diventata l’Unione Europea: un burocrate con la calcolatrice in mano, intento a sforbiciare pensioni, sanità e scuola nei Paesi membri, mentre con l’altra mano firma un assegno da 90 miliardi di euro per armare una guerra persa in partenza. È la rappresentazione plastica di un fallimento politico, morale e storico.

Quando nel dopoguerra uomini come Adenauer, De Gasperi e Schuman parlavano di “Europa”, immaginavano un continente pacificato, costruito sul rispetto reciproco, sulla solidarietà economica, sulla dignità del lavoro e sulla fine della logica dei cannoni. Oggi, invece, Bruxelles è diventata la sede di una tecnocrazia ossessionata da numeri, parametri e vincoli, incapace di ascoltare i popoli che dovrebbero rappresentare.


L’Europa del rigore e delle forbici sociali

La retorica ufficiale è sempre la stessa: “dobbiamo rispettare i vincoli di bilancio”. Ogni governo, che si succede a Roma, Atene, Madrid o Lisbona, viene messo all’angolo e costretto a sfornare “riforme” che altro non sono se non tagli selvaggi ai diritti sociali conquistati in decenni di lotte.

  • Ospedali chiusi.

  • Università senza fondi.

  • Pensioni erose in nome della “sostenibilità”.

  • Salari reali schiacciati mentre l’inflazione divora i redditi.

E intanto, Bruxelles non muove un dito per limitare i paradisi fiscali interni all’Unione, non alza la voce contro le multinazionali che pagano tasse ridicole in Irlanda o in Lussemburgo. No: il problema, per loro, è se l’Italia sfora di mezzo punto il rapporto deficit/PIL.


Ma per le armi i soldi ci sono sempre

Poi arriva la notizia: 90 miliardi di euro per continuare a rifornire l’Ucraina di armamenti, quando ormai tutti sanno che Kiev non ha alcuna possibilità di ribaltare le sorti del conflitto. Un Paese dissanguato, una popolazione in fuga, un’economia distrutta: eppure la priorità dell’UE è continuare a prolungare la guerra, in un macabro gioco che arricchisce solo le industrie belliche e impoverisce i cittadini europei.

La schizofrenia è evidente: per un ospedale mancano i fondi, per una cattedra universitaria “non ci sono le risorse”, ma per missili e carri armati gli assegni scorrono veloci. Non è più una politica: è un insulto.


Putin tende la mano, l’Europa la respinge

Mentre Mosca, piaccia o meno, apre spiragli per una trattativa, Bruxelles chiude ogni finestra, aggrappandosi alla logica della contrapposizione totale. Parlare di pace è diventato tabù, quasi un atto di tradimento. Eppure la vera missione originaria dell’Europa era proprio questa: impedire che il nostro continente tornasse ad essere il teatro di guerre infinite.

Oggi l’UE si fa invece megafono di strategie altrui, totalmente dipendente da interessi che non sono i suoi: l’Europa non decide, obbedisce. Non costruisce ponti, alza muri. Non difende i suoi cittadini, li sacrifica sull’altare di un conflitto che non ci appartiene.


Un tradimento storico

La verità è che l’Unione Europea ha tradito se stessa. I valori fondativi – solidarietà, pace, prosperità condivisa – sono stati sostituiti da austerità, guerra e precarietà. Bruxelles non è più la casa comune dei popoli, ma un consiglio d’amministrazione al servizio delle banche e dei mercati, pronto a usare la clava del rigore sui più deboli e a spalancare i rubinetti quando si tratta di comprare armi.

Chi può ancora guardare in faccia i cittadini europei e dire, senza vergognarsi, che questa è l’Europa che sognavano i padri fondatori? Nessuno. Perché non lo è. È un incubo tecnocratico che ha soffocato le speranze e le vite di milioni di persone.


Conclusione

Quando un’istituzione diventa così distante dai popoli da cui dovrebbe trarre legittimità, il suo destino è segnato. L’UE di oggi non ha più nulla da offrire se non sacrifici a senso unico e guerre altrui. O si cambia radicalmente rotta, recuperando lo spirito originario dell’Europa unita come progetto di pace e giustizia sociale, oppure questa Unione è destinata a implodere sotto il peso delle sue stesse menzogne.

Perché una cosa è certa: i popoli europei possono accettare la povertà, ma non accetteranno mai di essere impoveriti per finanziare guerre infinite.

LUCA COSTA
PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 14 agosto 2025

Europa: senza fede e senza pace

 Alla vigilia dell’incontro USA - Russia in Alaska, lo spettacolo sconcertante di un’UE che rifiutò il Cristianesimo

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Mentre Donald Trump e Vladimir Putin si apprestano a incontrarsi in Alaska per discutere, con ogni probabilità, di un possibile cessate il fuoco in Ucraina,
l’Europa politica si muove in direzione opposta. Non verso la pace, ma verso l’ostinata prosecuzione di un conflitto che la realtà dei fatti ha già deciso.

Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz, Giorgia Meloni: nomi diversi, governi diversi, ma una linea comune. Nessuno di loro sembra disposto ad ammettere che l’Ucraina, sul terreno, ha perso porzioni significative del proprio territorio – regioni abitate in larga maggioranza da popolazioni russofone che si sentono e vogliono essere russe. Nessuno si interroga sul senso di spingere Kiev a “riconquistare” oblast dove il bicolore giallo-blu sarebbe visto da molti come un vessillo ostile.

Perché allora proseguire? Perché, nonostante il numero già enorme di morti e mutilati, Zelensky continua a ricevere da Bruxelles, Parigi, Londra, Berlino e Roma la stessa parola d’ordine: resistere, combattere, insistere? È una scelta strategica o una macabra contabilità, dove le vite ucraine sono considerate semplici “risorse” da sacrificare sull’altare della geopolitica e dell’economia di guerra?

Il sospetto è legittimo: in un’Europa economicamente stremata, i bilanci delle industrie militari stanno conoscendo un’epoca d’oro. Commesse miliardarie, ordini a carico dell’Unione Europea, programmi di riarmo nazionale: il conflitto diventa benzina per un motore industriale che, in tempo di pace, non girerebbe a tali regimi. Il prezzo? Non lo pagano Parigi o Berlino, Londra o Roma: lo pagano i ragazzi ucraini che muoiono nelle trincee del Donbass e del fronte meridionale.

A questo punto la domanda è inevitabile: qual è l’obiettivo? Recuperare territori che, se mai “liberati”, andrebbero governati con misure repressive e militari costanti? O prolungare una guerra per mantenere viva un’economia di settore che, senza la guerra stessa, collasserebbe?

Sul piano morale, è un fallimento totale. Siamo di fronte a un’UE che ha rinnegato le proprie radici cristiane anche nella stesura della sua Costituzione, e che oggi si ritrova persa in un labirinto di menzogne, incapace di vedere e dire la verità, handicappata moralmente e razionalmente.
Un’Europa così non può costruire la pace, perché ha smarrito i principi e gli strumenti per riconoscerla.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo





martedì 12 agosto 2025

Israele-USA: relazione tossica

 Israele e il peccato originale dell’egemonia americana

Tra l’illusione di forza e il destino di fragilità

1. Premessa: il nodo Gaza e la crisi di civiltà

Alla vigilia del piano di Benjamin Netanyahu per un’occupazione totale di Gaza, Israele si trova di fronte a una domanda fondamentale: come ha potuto un Paese nato con un’ambizione di redenzione collettiva scivolare in una condizione di isolamento strategico, condannato a vivere in uno stato di assedio politico, morale e demografico? L’interrogativo non riguarda solo la congiuntura bellica: si tratta di comprendere se l’alleanza organica con gli Stati Uniti – tanto stretta da trasformare Israele nella “longa manus” militare di Washington in Medio Oriente – sia stata un moltiplicatore di forza o, al contrario, il suo peccato originale.

2. La nascita di un alleato necessario (1948-1973)

Israele nasce nel 1948 in un mondo diviso dalla Guerra fredda, ma in una regione dove il bipolarismo ha regole particolari. Gli Stati Uniti non sono inizialmente il principale patrono: fino agli anni ’50, la Francia è l’alleato più importante (basti pensare al sostegno nel programma nucleare e all’operazione di Suez del 1956). Il passaggio sotto l’ombrello strategico americano avviene dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando Israele dimostra di essere un asset militare formidabile contro i regimi arabi filo-sovietici. Dal 1973 – anno della guerra del Kippur – il legame si fa strutturale: Washington garantisce il rifornimento militare e la protezione diplomatica alle Nazioni Unite, in cambio di una funzione stabilizzatrice a modo suo paradossale: mantenere il caos entro limiti “gestibili” per impedire l’ascesa di un blocco arabo autonomo.

3. L’egemonia come anestesia strategica

Qui si intravede il primo paradosso. La protezione americana ha permesso a Israele di vincere guerre e consolidare la sua esistenza in un contesto ostile, ma ha anche congelato ogni riflessione profonda sulla propria sostenibilità a lungo termine. Come avverte Emmanuel Todd nei suoi studi sulle potenze in declino, l’eccessiva sicurezza fornita dall’egemone produce un “deficit di realtà”: la potenza protetta perde il contatto con le dinamiche di lungo periodo – demografiche, economiche e morali – che determinano la sopravvivenza di una nazione.

4. La degenerazione imperiale

Negli anni ’80 e ’90, Israele diventa non solo alleato, ma proiezione degli Stati Uniti nella regione: supporta le strategie anti-iraniane, partecipa indirettamente alla logica del “divide et impera” nel mondo arabo, beneficia di aiuti militari annui nell’ordine di miliardi di dollari. Ma questa simbiosi ha un costo. L’adozione della postura americana – interventista, moralmente autoassolutoria, impermeabile alla critica internazionale – erode il capitale di legittimità che Israele aveva in parte accumulato come Stato nato da un trauma storico senza precedenti. La memoria dell’Olocausto, che negli anni ’50-’60 aveva fornito una base etica al progetto sionista, si piega progressivamente a giustificazione permanente di politiche che il resto del mondo percepisce come coloniali.

5. Gaza e la logica dell’assedio

La questione di Gaza rappresenta l’esempio più brutale di questa deriva. Ogni ciclo di violenza consolida un meccanismo in cui la forza militare supplisce alla mancanza di strategia politica. L’appoggio incondizionato di Washington agisce qui come un “assicuratore morale”: Israele non teme sanzioni decisive, né un isolamento totale, perché sa di poter contare sul veto americano al Consiglio di Sicurezza. Ma, come dimostrano i casi storici di potenze imperiali in crisi, l’assenza di freni esterni porta alla sovraestensione: il Paese continua a investire in sicurezza tattica mentre perde terreno nella sicurezza strategica, quella che si misura in capacità di convivenza e coesione interna.

6. Il peccato originale

Chiedersi se l’appoggio americano sia stato un vantaggio o una dannazione significa interrogarsi sulla natura stessa dell’indipendenza israeliana. Sul piano militare e tecnologico, il beneficio è innegabile: senza gli Stati Uniti, Israele avrebbe probabilmente affrontato conflitti esistenziali più ravvicinati e devastanti. Sul piano storico e morale, però, la subordinazione a un impero in declino – percepito sempre più come immorale e predatorio – ha trasformato Israele in bersaglio della stessa ostilità globale che colpisce Washington. Qui sta la “anomalia genetica” del progetto sionista nella sua fase attuale: nato per garantire un rifugio ebraico indipendente, il Paese è oggi prigioniero di una dipendenza strategica che ne limita la libertà d’azione e ne corrode l’immagine.

7. Epilogo: il futuro come scelta tragica

Alla vigilia di una possibile occupazione totale di Gaza, Israele si trova davanti a un bivio classico della storia imperiale: continuare a credere che la forza garantisca la sicurezza, o accettare che solo una revisione radicale della propria postura – svincolata dal riflesso americano – possa restituire al Paese una prospettiva di lungo termine. Emmanuel Todd direbbe che il tempo demografico e culturale gioca contro: il Medio Oriente è giovane e in crescita, Israele è demograficamente dinamico ma isolato culturalmente, e il suo patrono americano mostra segni evidenti di declino. In questo senso, l’alleanza con gli Stati Uniti è stata allo stesso tempo l’arma e la maledizione: ha permesso a Israele di vivere più a lungo, ma lo ha reso incapace di immaginare un futuro diverso dal presente permanente della guerra.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



lunedì 11 agosto 2025

Alaska calling

 Alaska calling: al tavolo con Putin e Trump dovremmo esserci noi, non Zelensky


Mercoledì, in Alaska, Donald Trump e Vladimir Putin si incontreranno per discutere della guerra in Ucraina. I nostri media, mai così zelanti nel loro ruolo di megafono della NATO e di badanti dellUnione Europea, continuano a ripetere come un rosario: Deve esserci anche Zelensky!. Per fare cosa? Per recitare il solito copione, chiedere altre armi, altri soldi e altre vite altrui?

Quello che nessuno in Europa vuole ammettere è che la NATO, negli ultimi trentanni, ha avanzato come un bulldozer fino a ridosso della Russia, violando ogni impegno preso e trattando Mosca come un nemico da umiliare e accerchiare. LUE, invece di fare da contrappeso diplomatico, ha scelto di essere la cameriera con il grembiule dellAlleanza Atlantica, servendo guerre e sanzioni come fossero aperitivi.

Intanto, lUcraina non recupererà mai Crimea e Donbass. Quelle terre sono russe per storia, lingua e cultura molto più di quanto siano ucraine. Questa non è un’opinione: è un fatto storico che in Europa si preferisce ignorare, perché riconoscerlo significherebbe ammettere che tutta la retorica fino alla vittoria ucraina” è una menzogna sanguinosa.

E chi paga questa menzogna? Noi.
Non Zelensky, che gira in felpa militare chiedendo miliardi come fossero noccioline. Non Ursula von der Leyen, che firma assegni e pacchetti di sanzioni incurante delle conseguenze sui nostri carrelli della spesa e le nostre bollette. Non i nostri governi, che si riempiono la bocca di solidarietà” mentre svuotano le nostre tasche.

La paghiamo noi:
- Con le tasse, trasformate in missili e carri armati, di cui il governo Meloni non ci dice né il numero né il modello.
- Con i prezzi gonfiati da una grande distribuzione che ha colto la crisi energeticacome scusa perfetta per far cassa.
- Con carburante e riscaldamento diventati beni di lusso, mentre ci ripetono che dobbiamo fare sacrifici per la libertà”.
- Con uninflazione che ci sta rosicchiando i risparmi, mentre i banchieri di Bruxelles si preoccupano più delle frontiere ucraine che dei conti correnti europei.

E poi il colpo di genio: Mario Draghi, nel 2022, chiede se preferiamo la pace o il condizionatore. Una domanda truffaldina, perché nessuno ci ha mai dato la terza opzione: vivere. Vivere del nostro lavoro, con il pieno di diesel pagato a prezzo decente, laria fresca destate e il riscaldamento dinverno.

Perché la verità è questa: a noi dellUcraina nella NATO non importa nulla. Quello che ci importa è che la guerra finisca. Perché non vogliamo continuare a pagare con il nostro tenore di vita una guerra per procura decisa altrove, combattuta da altri e vinta comunque vada solo da chi specula sul sangue.

Perciò, mercoledì, in Alaska, non dovrebbe esserci Zelensky.
Dovremmo esserci noi: la classe media europea, derubata e umiliata. Noi che abbiamo pagato la festa di altri, mentre i padroni della NATO banchettano e lUE sparecchia i piatti. Noi che non vogliamo essere sudditi di Washington, né carne da cannone per Kiev, né spettatori paganti di un disastro che non abbiamo scelto.

E forse, se ci fossimo noi, diremmo una cosa semplice a Zelensky e a Trump: Basta. E poi torneremmo a casa, a fare quello che l’Europa non vuol più lasciarci fare : vivere.

LUCA COSTA

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



giovedì 7 agosto 2025

Hiroshima 80 anni dopo

 

Hiroshima 80 anni dopo: la bomba dell’impero


Il 6 agosto 1945, alle ore 8:15 del mattino, l’Enola Gay, un bombardiere B-29 Superfortress statunitense sganciava su Hiroshima la prima bomba atomica della storia, Little Boy. Tre giorni dopo, toccava a Nagasaki. Due crimini senza precedenti, giustificati per decenni come necessariper porre fine alla Seconda guerra mondiale e salvare viteche sarebbero andate perse in caso dinvasione del Giappone. Un racconto rassicurante, utile a lavare le coscienze, ma che regge sempre meno.

Un racconto propagandato anche nelle scuole pubbliche, come ricorda bene il sottoscritto. Una vera e propria circolare a tutti gli insegnanti nella prima metà degli anni 90 : dire agli scolari che gli USA furono costretti a utilizzare la bomba.

Ottantanni dopo, la verità storica impone unaltra lettura: gli Stati Uniti non cercavano tanto la fine della guerra, quanto linizio di unegemonia assoluta. Hiroshima fu il biglietto da visita del nuovo impero americano. Il messaggio era chiaro: gli USA non erano solo la potenza vincitrice della guerra, erano la potenza assoluta. E chiunque avesse avuto mire diverse a cominciare dallUnione Sovietica avrebbe fatto bene a piegarsi.


Hiroshima come atto fondativo dellimpero americano

Alla luce dei documenti oggi accessibili e degli studi storici più seri, risulta evidente che il Giappone fosse già in ginocchio nellestate del 1945. I canali diplomatici per la resa erano aperti. Ma gli Stati Uniti avevano fretta. Non volevano una resa giapponese qualsiasi, volevano una resa totale, incondizionata, spettacolare.

Il bombardamento di Hiroshima non fu solo un atto militare: fu unesibizione. Luso della bomba atomica il cui potere distruttivo era già ben noto, e testato, nel deserto del New Mexico serviva a mostrare al mondo chi comandava. Non un gesto tragico e necessario, ma un atto politico di intimidazione globale. Una forma di diplomazia nucleare scritta col sangue di 140.000 civili, in gran parte donne, bambini e anziani.


La deterrenza non centra

Il mito della deterrenza nasce dopo. Quando la Guerra Fredda prende forma, gli strateghi americani riscrivono la storia: la bomba serviva a prevenire la guerra, a costruire un equilibrio del terroreche avrebbe garantito la pace. Ma nel 1945 non cera equilibrio. Cera una sola superpotenza armata di atomica. LURSS non aveva ancora nulla. Quel che volevano gli americani non era dissuadere, ma dominare.

Parlare oggi di Hiroshima come un male necessario” è una forma di revisionismo imperiale. È la giustificazione morale di un crimine compiuto non per difendersi, ma per imporsi. Gli Stati Uniti hanno usato la bomba perché potevano. E perché volevano inaugurare lera americana con un colpo di teatro terrificante. Il mondo doveva inchinarsi. Chi non lo faceva, avrebbe fatto la fine di Hiroshima.


L’equilibrio fu possibile solo grazie all’URSS

Fu lUnione Sovietica a spezzare lillusione americana dellonnipotenza. Con latomica in mano anche ai sovietici, il mondo entrava davvero nellera della deterrenza. E, per quanto assurdo possa sembrare, fu proprio la paura reciproca della distruzione totale a impedire che l’atomica fosse usata di nuovo. È paradossale, ma lequilibrio nucleare funzionò.

Solo con la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dellURSS, gli Stati Uniti tornarono ad agire da potenza senza contrappesi. Da allora non si contano le guerre umanitarie”, le esportazioni di democrazia, gli interventi unilaterali, le basi militari ovunque nel mondo e la continua modernizzazione dellarsenale atomico sono stati il segno tangibile che la lezione di Hiroshima non è stata appresa. Anzi: è diventata dottrina.


Conclusione: Hiroshima ci riguarda ancora

Oggi, a ottantanni di distanza, ricordare Hiroshima significa smascherare la retorica americana della libertà, della pace e della democrazia. Significa dire chiaramente che luso della bomba fu un atto di orrore imperiale, non un gesto disperato. E che solo la corsa agli armamenti dellURSS ha impedito che il mondo finisse sotto il tacco atomico di una sola superpotenza.

Chi oggi continua a guardare agli Stati Uniti come baluardo della civiltà occidentale dovrebbe ricordare Hiroshima. Non per pietà, ma per lucidità.

LUCA COSTA

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