martedì 3 marzo 2026

Promesse americane

 Cari Stati Uniti, non era questo il mondo che ci avevate promesso.

Chi scrive non ci aveva mai creduto, ma...

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Non era questo il mondo che ci raccontavate alla fine della Guerra Fredda, quando il Muro cadeva e Fukuyama parlava di “fine della storia”, di trionfo della democrazia liberale, di un ordine internazionale fondato sul commercio. Non era questo il mondo che l’Europa ha sostenuto, finanziato, difeso, giustificato per decenni, accettando basi militari, missioni all’estero, sanzioni, guerre “umanitarie”, sacrifici economici e perfino restrizioni di sovranità in nome di un’alleanza che doveva garantire stabilità e prosperità condivisa.

E invece eccoci qui, nel 2026, con le pezze al culo, a commentare l’ennesima guerra in Medio Oriente, l’ennesimo brutale intervento militare contro uno Stato sovrano, l’ennesima operazione dal nome roboante e cinematografico che sembra uscita da una sceneggiatura hollywoodiana.

Purtroppo non è un film. L’Iran colpito, devastato, destabilizzato, in un’escalation che non nasce dal nulla ma da anni di tensioni alimentate, provocazioni, sabotaggi, rappresaglie. Da chi?

Da Usraele. La coppia USA/Israele. E gli Stati Uniti che, ancora una volta, si muovono a rimorchio di un Israele guidato da un immondo Benjamin Netanyahu sempre più prigioniero della propria follia imperialista, sempre più incline a trasformare la sicurezza in ossessione e l’ossessione in dottrina permanente.

Sia chiaro: qui non si tratta di difendere il regime iraniano. Nessuno può amare il sistema dei Guardiani della Rivoluzione, le limitazioni delle libertà delle donne, la durezza con cui il potere a Teheran ha schiacciato opposizioni e dissenso. Ma una cosa è ritenere auspicabile un cambiamento politico interno, un’altra è imporlo dall’esterno con bombe, missili, distruzioni sistematiche, in nome di una presunta superiorità morale. La storia recente dovrebbe averci insegnato qualcosa. Dopo gli orrori in Serbia, Cecenia, Afghanistan, Irak, Libano, Libia, Siria, Gaza, Palestina, Venezuela, ora tocca all'Iran subire l'esportazione di democrazia. E toccherà a noi pagare: interventi presentati come liberazioni e finiti in caos, terrorismo, radicalizzazione, instabilità permanente. Bollette e carburanti alle stelle.

Eppure si ricomincia. Sempre con la stessa retorica, sempre con la stessa sicurezza granitica di chi si sente investito di una missione storica. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la sua miscela di volgarità e spavalderia, non ha mai nascosto la sua visione transazionale del mondo: alleati utili finché servono, poi sacrificabili; nemici da piegare, non da comprendere. L’idea di equilibrio, di paziente costruzione diplomatica, è sostituita da quella di forza immediata, spettacolare, dimostrativa. La politica estera diventa un reality show armato.

E Netanyahu, dall’altra parte, agisce come se il tempo storico fosse un dettaglio, come se la dimensione biblica e quella geopolitica potessero sovrapporsi senza frizioni. La narrativa del “Grande Israele”, l’evocazione costante di minacce esistenziali, la convinzione che solo l’annientamento preventivo dell’avversario garantisca sicurezza, producono una spirale in cui ogni conflitto prepara il successivo. Gaza è distrutta, la Cisgiordania ormai annessa, il Libano una polveriera, la Siria un incubo, e ora l’Iran è il bersaglio finale verso la creazione di un Grande Israele padrone assoluto del Medio Oriente.

Trump ha seguito. Gli USA hanno seguito. Quanti personaggi dell'élite americana, repubblicani o democratici che siano, sono finiti nella rete del Mossad attraverso Epstein e i suoi festini pedofili?

Meglio distruggere paesi interi che finire sputtanati. Figuriamoci se si deve andare in galera.

E l’Europa? L’Europa paga. Come sempre.

Paga in termini economici, con il prezzo del petrolio che sale, con il gas che torna a essere un’arma geopolitica, con le bollette che si gonfiano mentre gli stipendi restano inchiodati. Paga in termini politici, perché ogni crisi internazionale si traduce in instabilità interna, in tensioni sociali, in governi che arrancano tra inflazione e malcontento. Paga in termini morali, perché continua a proclamare autonomia strategica e poi si accoda come un cagnolino alle decisioni prese altrove.

E l’Italia, in questo quadro, offre uno spettacolo che definire imbarazzante è poco. Antonio Tajani, l'osceno, immondo, ministro degli Esteri, colui che dovrebbe incarnare dignità e prudenza diplomatica di un Paese fondatore dell’Unione Europea, macché! Robba passata! Tajani giustifica tutto, tutto quel che vogliono i padroni a stelle e strisce. No problem Donald. Guido Crosetto, ministro della Difesa, parla (in vacanza da Dubai) con tono grave di...(di cosa parla?), ma evita accuratamente di sollevare il tema centrale: quali sono i limiti? Qual è il confine oltre il quale l’alleanza diventa sudditanza? E Giorgia Meloni? La leader sovranista e orgogliosa della sua italianità, incapace di un solo gesto di reale autonomia, di una sola parola che suoni come un richiamo all'ordine rivolto a Washington o a Tel Aviv. E perché mai? Una volta Biden le ha dato un bacino, Trump le fa sempre una carezza sui capelli... italiani cosa volete di più? Eh...

La verità è che i politici italiani, come quelli dell’UE, sono corrotti. Corrotti. E chi è stato corrotto e incassa i benefici economici della corruzione, e non osa dire che un conto è la solidarietà atlantica, un altro è l’avallo automatico di ogni nefandezza militare. Non osa ricordare che la sicurezza non può essere costruita sulle macerie di popoli distrutti. Non osa nemmeno rivendicare il diritto di essere informata, consultata, rispettata, anziché semplicemente coinvolta a cose fatte. Si preferisce l’applauso prudente, la dichiarazione di circostanza, l’adesione senza condizioni.

Tanto finché arrivano i bonifici sui conti off-shore...ma chi me lo fa fare. No?

Pochi parlano del passato iraniano, la storia questa sconosciuta. I Pahlavi, il colpo di Stato contro Mossadeq, l’intreccio tra interessi petroliferi anglo-americani e ingegneria politica. Si parla con leggerezza di “cambio di regime”, come se fosse la prima volta che l'Iran subisce un cambiamento di regime deciso tra Londra e Washington. L’idea che l’Iran possa essere semplicemente ristrutturato a beneficio di equilibri energetici più convenienti è non solo cinica, ma miope. Ogni intervento violento genera forze imprevedibili, radicalizza identità, crea nuovi nemici.

Sul piano filosofico e morale, la questione è ancora più radicale. Trump ha il diritto di proclamarsi garante dell’ordine internazionale e allo stesso tempo riservarsi il diritto di violarlo quando lo ritiene opportuno? Può la democrazia essere esportata con morte e bombardamenti? Può la giustizia nascere da un atto unilaterale di violenza? Sono domande antiche, che attraversano il pensiero politico da Tucidide a Kant, ma che sembrano evaporare ogni volta che un conflitto viene presentato come inevitabile dai nostri media prevalenti. Corrotti anche loro. Vergogna.

Il problema non è solo geopolitico. È culturale. È l’assuefazione alla guerra come strumento normale di gestione delle crisi. È l’idea che esista sempre un nemico assoluto che giustifica ogni mezzo (avete letto in questi giorni i titoli de ilGiornale di Sallusti? Vergogna!). È la riduzione della complessità storica a slogan, la trasformazione delle tragedie in narrative rassicuranti per le opinioni pubbliche occidentali.

E allora sì, la domanda torna con forza: cari Stati Uniti, era questo il mondo che ci avevate promesso? Era questo l’ordine nuovo? Era questa la pace garantita dall’ombrello atlantico? Un mondo in cui l’Europa paga il conto energetico, sociale e politico di decisioni prese sempre e solo nel vostro interesse (e di quello di Israele, ma tanto ormai è la stessa cosa); un mondo in cui i leader italiani si affrettano a mostrarsi docili chihuahua fedeli alla sottomissione incondizionata in cambio dell'obolo? un mondo in cui la parola “democrazia” viene pronunciata con tracotanza da pazzi furiosi in preda a hybris omicida, mentre cadono missili e muoiono innocenti?

Certo, per dire tutto questo, per alzare il ditino e fare una domanda, una! servirebbero libertà, coraggio, intelligenza. Servirebbe una classe dirigente capace di guardare negli occhi l’alleato e dirgli che l’alleanza non è obbedienza cieca. Servirebbe una cultura politica meno provinciale, meno timorosa, meno ossessionata dal compiacere. Servirebbe un’opinione pubblica meno anestetizzata. Servirebbe anche una Chiesa cattolica con i riflessi pronti anche quando si tratta di bacchettare qualcosa che comunismo non è... (ma il papa non era americano?).

Invece restiamo qui, spettatori paganti (e sottolineo paganti) di una Epic Fury che non abbiamo scelto, ma che ci devasterà comunque. E mentre il Medio Oriente brucia, ancora una volta, l’Europa si scopre fragile, divisa, dipendente, ancora una volta.

E nessuno che dica: Caro Trump, non era questo il mondo che ci avevate promesso.

Preghiamo per il popolo iraniano.

Luca Costa

PONTE ARCOBALENO: LUCA COSTA: una voce del pensiero alternativo



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